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Gilda35, satira dadaista sul professionismo di internet

Homage to New York

"Mi dibatto tra il desiderio di creare e quello di distruggere" Lucy Van Pelt, prendendo a calci dei coniglietti di sabbia appena tirati su.

"Mi dibatto tra il desiderio di creare e quello di distruggere" Lucy Van Pelt, prendendo a calci dei coniglietti di sabbia appena tirati su.

Fino a una quindicina di anni fa si faceva un gran parlare del cosiddetto Villaggio Globale, locuzione coniata da Marshall McLuhan in riferimento alla velocità di trasmissione dell’informazione attraverso i nuovi media, con conseguente restringimento del mondo percepito, assimilato così ad un villaggio in termini di distanze e omogeneità degli abitanti e della loro cultura, oltre che di comportamenti e dinamiche interne.

Benché il riferimento ad Internet fosse tra le più fortunate applicazione di tale concetto, questa espressione sembra ormai essere passata di moda, in favore di termini generali come globalizzazione o Web 2.0, per rimanere in rete. Certo negli anni ’60 Internet come la conosciamo noi non esisteva ancora e più probabilmente il sociologo canadese si riferiva soltanto alla televisione e non sappiamo quali progressi tecnologici avesse in mente.

Tuttavia qualcosa di molto simile allo spaventoso accentramento di informazione, potere, vitalità e fervore culturale alto e basso che troviamo oggi in rete esisteva anche allora, seppur ancora molto ancorato al mondo tangibile: erano le grandi città.

A differenza di oggi in cui persino le megalopoli si sprecano e viene difficile anche contarle (specie quelle emergenti in Cina), nei primi decenni del secolo scorso non erano molte le città moderne e all’avanguardia come Londra, Parigi, Mosca o Tokyo che potevano fregiarsi del titolo di metropoli e che proprio per questo erano meta di pellegrinaggi.

Una in particolare, però, è cresciuta molto più velocemente delle altre: la gente cercava l’America ovunque, ma a New York la trovava davvero.

La velocità, nelle sue accezioni positive, è stata la chiave per lo schiacciante sviluppo di New York anche nel campo dell’arte moderna e contemporanea, tanto che per gli artisti la strada del successo fin da allora passava per la 53ª, al MOMA.

Ma non è artista chi non riesce a scorgere l’altra faccia della medaglia, guardando oltre la facciata, oltre le esposizioni, le vetrine e le vetrate; lo svizzero Jean Tinguely riusciva a vedere addirittura oltre l’oceano, infatti nel 1960 a bordo della Queen Elizabeth, prima ancora di vedere New York, scriveva: “Con gli occhi della mente vedevo tutti quei grattacieli, quegli edifici mostruosi, tutta quella impressionante accumulazione di potere e vitalità, tutta quella tensione, come se tutti stessero vivendo sull’orlo di un precipizio, e mi veniva da pensare a come sarebbe stato bello costruire una piccola macchina concepita come un fuoco d’artificio cinese, in totale anarchia e libertà.”

Tinguely, tra i maggiori esponenti dell’arte cinetica a metà tra Dada e Costruttivismo, quella macchina la realizza davvero e la espone proprio al MOMA. La sua macchina suicida, metaforicamente ispirata e dedicata alla città di New York, era composta, nello stile delle “macchine inutili”, da pezzi di pianoforte, palloni aerostatici, bottiglie, ruote di bicicletta, motori, ingranaggi e altro materiale proveniente dalla modernità e, una volta messa in moto, era destinata ad autodistruggersi.

Purtroppo un incendio scaturito dalla macchina stessa ha costretto l’artista a interrompere la performance a salvaguardia dell’incolumità del pubblico, ma si può dire che sia stato comunque un successo anche per via dell’incendio, dell’imprevisto, del fuori controllo di una società che non si rende conto di dove stia andando.

Un po’ provocazione e un po’ profezia, con Homage to New York Tinguely ha avuto i suoi discepoli, come Michael Landy che, tra il 2001 e il 2007, ha rievocato altri suoi progetti arrivando a distruggere durante un evento a Londra, più di 7200 beni di sua proprietà, tra cui tutti i vestiti, una Saab 900 e varie opere d’arte di Damien Hirst e Tracey Emin, in una potente critica al consumismo e al sistema dello shopping.

L’antropologo Franco La Cecla sottolinea come questo tipo di manifestazioni celebrative della distruzione possano ricordare i potlach degli indiani della British Columbia: in grandi momenti di raduno distruggevano i propri beni per evitare che l’accumulazione creasse una disparità e una tensione sociale che avrebbero minato la continuità del legame di gruppo.

Distruggere significava per loro elevare il valore simbolico dei beni a connettivo sociale, un po’ il contrario del modo in cui lo shopping funziona oggi. Cos’ha a che fare tutto questo con il web? Niente o forse moltissimo, se si riesce a realizzare che sulle maglie della Rete, anche con l’aiuto di sconsiderate speculazioni finanziarie, stiamo costruendo la più grande megalopoli del pianeta, che connette tutti gli aspetti della vita quotidiana e attraverso la quale condividiamo informazioni e vita sociale che, sempre più spesso, non coincidono col mondo fuori dal monitor, che è enorme e non è un villaggio.

Le dis-installazioni di Tinguely e di Landy, le disintossicazioni come quella di Paul Miller, e pure le scorribande di Gilda35, servono a dimostrare che quelle maglie sono troppo larghe e troppo fragili per reggere tutto quanto, addirittura non esistono nemmeno e hai voglia a raccontare la storiella di quello che costruiva la casa sulla sabbia: andiamo troppo veloci e vogliamo solo parlare senza ascoltare.

Andare incontro all’autodistruzione senza avere alle spalle la consapevolezza di un atto intenzionalmente provocatorio, significa che quando esploderà la bolla di Internet saranno in tanti a non sapere come orientarsi nel mondo. Scaraventati da un treno in corsa, a piedi e magari pure scalzi, dovremo imparare di nuovo a camminare.

In conclusione, ecco un bell'esempio di macchina dadaista ad opera di Nik Ramage: il destino è segnato.

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lutherboing 30/05/2012

Conoscevo a cavallo del 2005 2007 alcuni di loro, hanno la tendenza ad affibiare "artista" a qualsiasi cialtrone come me, non concretizzata poi fisicamente anche per la mia incapacità a muovermi (nel 2007 ho anche rischiato di partecipare), comunque contatti ora in gran parte sfumati.
Si li l'aspetto ludico è prevalente.
Sappi che "Poi i Peanuts sono come gli autori greci: hanno già detto tutto sul mondo!" te la copierò ad oltranza.

Numero_Sei 30/05/2012

Grazie! Gran parte è stato pensato nel bar del Quartier Generale, che fa sempre bene frequentare. Ho levato i riferimenti all'Apocalisse che altrimenti sembrava troppo da millenarista! :D
Poi i Peanuts sono come gli autori greci: hanno già detto tutto sul mondo!
E' vero, può ricordare il BMF, anche se lì entra in gioco tutta la tradizione carnevalesca: anche qui da noi si usa mandare al rogo un pupazzo che qui chiamiamo Re Cancioffali.
Davvero conosci gli organizzatori? Fico!

lutherboing 30/05/2012

Post immenso, leggo e rileggo e rileggo ancora.
L'estremo normale porta a valorizare (questo) pur apparentemente distruttivo alcontrario è vitale mentre il normale fuori rimane estremo e quindi realmente ditruttivo (mortale).
Non centra (ben altre cose e sopratutto spirito ludico) ma non so perché ma ricorda in alcune cose il bmf (burning man festival) dei miei amici (forse per questo me lo ricorda).
Ancora senza parole...

Giovanni Scrofani 30/05/2012

Penso che trascorrerò i miei giorni a leggere e rileggere questo testo. Caro Emiliano scriverai poco, ma quando metti mano alla tastiera il capolavoro è in agguato. Questo post mi ha rievocato una marea di discussioni con tecnologi che equiparano internet a un "luogo"... Il fatto che internet e il web 2.0 siano una evoluzione delle dinamiche della metropoli nel suo periodo di massimo capitalistico splendore penso sia una una intuizione assolutamente geniale... il fatto poi che Lucy dei Peanuts rappresenti così appieno lo spirito dadaista è quasi un'agnizione metafisica.
Grande!

lutherboing 30/05/2012

Reblogged this on luther boing, a z-blog.

#Salvaiciclisti per un’ecologia della mente « Gilda35 30/05/2012

[...] più compiutamente descritto in “Homage to New York” ripensare il nostro rapporto con la città, ci porta a ripensare il rapporto col prossimo e [...]

lutherboing 30/05/2012

Competenze per favore lo dica a qualcun altro...
Un abbraccio magister, in realtà siamo noi a pensalo di te :)

Giovanni Scrofani 30/05/2012

Ragazzi come nel baretto leggere i vostri scambi di battute mi porta sempre a chiedermi: "Cosa ho fatto di tanto buono per conoscere persone dalle competenze e dalle esperienze così incredibili?!"

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